Qualche mese fa, il nostro centro sportivo è diventato per un giorno un set cinematografico. Abbiamo avuto il piacere di ospitare le riprese del cortometraggio “Per un padre”, un progetto intenso e profondamente umano.
Oggi questo corto è realtà: sta partecipando alla fase finale del Festival Internazionale della Cinematografia Sociale Tulipani Di Seta Nera.
Per raccontarvelo, abbiamo intervistato il regista e autore Simone Scarcelli, che ci ha aperto le porte del suo percorso, delle emozioni che lo hanno guidato e del legame con il territorio e con il Pian Due Torri.
Puoi presentarti e raccontarci il tuo percorso nel cinema?
Il mio percorso è un po’ particolare, perché non ho mai studiato cinema in modo scolastico. Dopo le medie, come tanti, ho scelto una scuola senza sapere davvero cosa volessi fare.
Ho iniziato a lavorare presto: ho fatto il bagnino, il fornaio, ho lavorato in aeroporto e anche alle poste.
Però non mi sentivo mai davvero soddisfatto.
A un certo punto mi sono fermato e mi sono chiesto: “È questa la vita che voglio?”. La risposta è stata no.
Così ho deciso di cambiare, senza paura, trovando un lavoro part-time per mantenermi e dedicando il resto del tempo a quello che sentivo davvero mio.
Ho comprato la mia prima videocamera e ho iniziato da zero: tutorial, libri, prove ed errori. Sbagliavo, tornavo a casa, correggevo e ripartivo.
Col tempo un fotografo mi ha notato, ho iniziato a collaborare e da lì sono arrivati i primi lavori.
Non ho mai guardato al guadagno immediato, ma sempre alla crescita nel tempo.

A un certo punto mi sono fermato e mi sono chiesto: “È questa la vita che voglio?”. La risposta è stata no.

Da dove è nata l’idea del cortometraggio “Per un padre”?
Nasce dal legame che ho con la mia famiglia, soprattutto con mio padre.
Per me la famiglia è fondamentale, ed è un valore che mi è stato trasmesso fin da piccolo.
Ho voluto raccontare cosa succede quando quel legame sembra mancare.
Nel corto si vede un padre che, per motivi di lavoro, è distante dal figlio. Non è assenza per scelta, ma per necessità.
Il figlio però non lo comprende e vive questo distacco come un abbandono.
Quando arriva l’occasione della vita — il trasferimento all’Inter — il protagonista si trova davanti a una scelta: inseguire il sogno o fermarsi per recuperare quel rapporto.
Quali sono stati i momenti più difficili nella realizzazione del corto?
La parte più complessa è stata l’organizzazione.
Il progetto è completamente autoprodotto, quindi ho dovuto gestire tutto: casting, attori, troupe, comparse, location.
È stato un lavoro a 360 gradi, dalla A alla Z, con tanti incastri e responsabilità.
Per me la famiglia è fondamentale, ed è un valore che mi è stato trasmesso fin da piccolo.
Come sta andando il cortometraggio e come possiamo sostenerlo?
Il corto sta partecipando alla fase finale del Festival Internazionale della Cinematografia Sociale Tulipani Di Seta Nera e il supporto del pubblico è fondamentale.
Guardarlo, condividerlo e votarlo è il modo migliore per aiutarci a farlo crescere e arrivare a più persone.
Quali sono i tuoi progetti futuri?
Continuare su questa strada, raccontando storie vere, emozioni autentiche e cercando sempre di crescere, progetto dopo progetto.


Che rapporto hai con la Magliana?
La Magliana è un quartiere che ha tanto da raccontare. È un ambiente vero, con persone vere, e questo per me era fondamentale per dare credibilità alla storia.
Io cercavo un contesto che non fosse costruito, ma che avesse già dentro di sé delle dinamiche reali, dei rapporti veri. La Magliana questo lo rappresenta molto bene: è un quartiere vissuto, dove le persone si conoscono, dove ci sono storie quotidiane.
Per raccontare una storia come questa, legata ai rapporti familiari e alla crescita personale, avevo bisogno di un contesto così.
Perché hai scelto il Pian Due Torri come location del cortometraggio?
Il Pian Due Torri rappresenta bene questo contesto. Non è solo un centro sportivo, ma un punto di riferimento per tante persone.
Quando ho scelto le location cercavo un posto autentico, che non sembrasse costruito. Qui ho trovato esattamente questo: un ambiente reale, vissuto, dove si percepiscono i rapporti tra le persone.
Si sente che è un posto frequentato, che ha una sua storia e una sua identità. Questo per me era fondamentale, perché aiuta anche chi guarda il corto a percepire la verità della scena.
Il Pian Due Torri rappresenta bene questo contesto. Non è solo un centro sportivo, ma un punto di riferimento per tante persone.
Cosa significa per te “Per un padre”?
È un modo per raccontare quanto siano importanti i legami familiari.
Spesso diamo per scontato ciò che abbiamo, ma basta poco per cambiare prospettiva.
Questo corto è un invito a fermarsi e a riflettere.

“Ringrazio il Pian Due Torri per la disponibilità e per aver messo a disposizione gli spazi.
Non è scontato trovare realtà così aperte, che permettono di realizzare un progetto del genere.
Ho trovato collaborazione fin da subito, sia da parte della gestione sia da parte delle persone che vivono quotidianamente il centro. Questo ha reso possibile organizzare le riprese e portare avanti il lavoro senza difficoltà.
Quando lavori a un progetto autoprodotto, avere un ambiente che ti supporta davvero fa la differenza. Qui ho trovato disponibilità, apertura e rispetto per quello che stavamo facendo.
Per questo li ringrazio, perché senza questo tipo di supporto sarebbe stato molto più complicato realizzare il cortometraggio.”
Anche per noi è stato un piacere ospitare questo progetto e vedere il nostro centro sportivo diventare parte concreta di una produzione cinematografica.


Come sostenere il cortometraggio
Puoi supportare “Per un padre” in modo semplice ma fondamentale:
- Guardando il cortometraggio (QUI)
- Votandolo nel concorso
- Condividendolo con amici, familiari e sui social
Ogni gesto può fare la differenza.



